mercoledì 15 febbraio 2012

Punturina


“Tu sostieni che mio figlio non è mai tornato in Italia. Come fai ad esserne sicuro?”
Camminano lungo i vicoli che l’esondazione del fiume non è riuscita a coprire. La pioggia biblica ha smesso di cadere, lo specchio dell’acqua comincia a ritrarsi.
 “Deve sapere, ingegnere, che Punturina – così lo chiamavamo qui a York – credeva nelle cose che studiava, credeva che fossero nozioni utili, sensate, di sicura applicazione a problemi concreti; credeva che il master in economics che stava frequentando gli avrebbe spalancato le porte della carriera universitaria. Non avrebbe mai potuto rientrare in Italia. Laggiù siete pieni di laureati tirocinanti che negli studi commercialistici vanno a fare la spesa per conto della moglie del titolare, negli studi notarili perdono le giornate a compilare rogiti che non possono firmare, nelle università si ingrigiscono a fare centinaia e centinaia di esami a studenti ignoranti per conto di un docente assenteista, negli ospedali fanno a gara fra loro a chi riesce a far godere meglio il primario.”
“E’ vero,” riconosce l’ingegnere malinconico “mio figlio, invece, era un vero scienziato.”
Lo studente sogguarda il padre del disperso. Esita un attimo fra consolazione e verità, poi decide.
“Suo figlio, se mi permette, più che uno scienziato era un fanatico. Se per molti giovani italiani la via per la carriera è l’autoumiliazione, per lui l’unica via era la bibliometria, il conteggio delle pubblicazioni, quello che alcuni chiamano ‘il merito’, e che a ben vedere è un'altra forma di asservimento ossequioso: alla religione dominante, all’esattezza astratta, alla crudeltà del potere, alla teoria economica che da trent’anni suggerisce come punire i deboli per salvare i forti dal disastro che questi creano con le loro stesse mani. Una fede intensa lo portava a fondersi talmente bene con la sua materia da trascurare le cure essenziali del corpo. Non si procurava cibo in modo regolare, non si lavava se non casualmente: quando se lo ricordava, in una pausa tra un’equazione differenziale e un lagrangiano. Ma era felice così, anzi, rivelava spesso la sua soddisfazione profonda per il fatto che non abitava più in casa dei suoi genitori e non era più obbligato a seguire regole di nessun tipo. Era arrivato perfino a elogiare, di fronte a testimoni, la libertà di pisciare sul lavandino al mattino appena sveglio, come se questa innovazione equivalesse alla conquista della posizione eretta da parte di un primate. In conseguenza della felicità raggiunta, si aggirava sempre sudicio e sofferente come un malato terminale. Da qui il suo soprannome, Punturina, coniato da noi colleghi del master: agli animali in fin di vita si usa lenire le sofferenze, per pietà, con una punturina letale.”
L’ingegnere spalanca occhi e bocca e sbianca: “Ciò che Lei mi sta dicendo è cinico e disgustoso.”
“Le sto parlando di pietà, ingegnere. Suo figlio, semmai, era cinico e disgustoso, era il potenziale consulente di un dittatore.”
“E lei ha avuto pietà di lui” deduce l’ingegnere serrando la disperazione negli occhi.
“Capita, talvolta,” riflette lo studente calpestando il bordo dell’acqua “che l’esondazione del fiume ispiri azioni irrituali”.  

mercoledì 8 febbraio 2012

Dialogo con l'antenato




Caro amico homo sapiens del passato, siamo tutti e due sapiens, sia tu che io, il mio cervello non è migliore del tuo, e se vogliamo dirla tutta, il mio fisico è certamente atrofico se confrontato col tuo, e già tu sei piuttosto deboluccio anche soltanto a confronto col fisico del tuo gattino, ma per una circostanza indecifrabile che distribuisce geni nel tempo io mi ritrovo oggi, senza averlo nemmeno voluto, a sapere infinite più cose di te, a muovermi come un topo nel formaggio in un patrimonio di conoscenze e informazioni che per te sarebbe indigesto e soffocante, a dedicare il mio tempo ad attività di cui tu non capisci nemmeno lo scopo e l’utilità (che certe volte, ti confesso, persino io faccio fatica a mettere a fuoco), e mi trovo qui, seduto, insieme ad altri studenti di altre parti del mondo, ad aggiungere un infinitesimo tassello di conoscenza alla montagna accumulata nei millenni, e mentre penso a te che non mi conosci nemmeno, ascolto e cerco di assorbire quanto più possibile di ciò che mi racconta un altro tuo discendente, un po’ più anziano di me, che adesso sta parlando biascicando consonanti e sputacchiando saliva, come forse parlavi tu quando eri in vita, e mentre lui parla io penso a come saresti orgoglioso tu nel sapere che un tuo discendente, in questo momento, sta trasmettendo ai suoi discepoli un sapere che tu non sai, e forse tu, se dal basso della montagna potessi vederlo parlare, ti consoleresti retroattivamente di tutto il sangue che hai visto versare in guerre contro clan rivali, e consoleresti i membri del tuo clan, compreso il riottoso stregone, del fatto che l’umanità ha dimenticato le vostre tradizioni, la vostra cultura, la giustificazione che siete riusciti a darvi della vostra stessa esistenza, ti consoleresti del fatto che la civiltà Europea (che tu non hai mai conosciuto) sia andata progressivamente falcidiando civiltà sparse per il mondo che non avevano inventato la ruota, l’aratro, l’alfabeto, la lancia, la polvere da sparo, il cannone, l’aeroplano, la bomba atomica e la bomba intelligente, e che avevano tuttavia l’incomprensibile pretesa di esistere; forse ti consoleresti, è vero, o forse penseresti, come spesse volte penso io, che le nozioni che mi sta trasmettendo il tuo discendente sono buone soltanto a distogliere l’attenzione dai problemi seri, dove al concetto di problemi seri possiamo dare un’accezione prettamente scientifica, e io sarei disposto a discuterne, oppure possiamo intendere ciò che intendi tu, più saggiamente di tutti noi avanguardisti del progresso, quando ritieni che i problemi seri debbano riferirsi a ciò che conta davvero nella vita, cioè mangiare dormire e copulare, ipotesi che ancora oggi in molti, me compreso, considerano degna di rispetto, e allora ti chiederesti, insieme a me, per quale ragione abbiamo costruito questa immensa montagna mostruosa che ci schiaccia e ci occlude la visione del cielo, se in fin dei conti lo scopo della vita era raggiungibile già ai tuoi tempi, magari anche con minor sforzo (con riferimento soprattutto al terzo obiettivo).
Il professor G. ha finito la sua lezione. Gli studenti si alzano, raccolgono gli appunti, li insaccano e si avviano verso la pausa pranzo. Arnaldo segue lentamente il movimento collettivo, comprendendo che ancora una volta, nonostante i buoni propositi, è riuscito a distrarsi.

mercoledì 1 febbraio 2012

Linguistica


Serata fiacca nel campus di York: nessun party dove andare a infrattarsi, nessuna iniziativa galvanizzante. John è assorto in contemplazione di un tappeto di appunti che ha squadernato sul tavolo della cucina in una delle case della comunità tribale di St. Lawrence Court. Arnaldo, quasi distrattamente, gli ha chiesto qual è l’oggetto dei suoi studi, e nella risposta ha potuto assistere allo scoccare di una scintilla, che ha illuminato di vita lo sguardo solitamente ittico dell’inglese.
“Studio linguistica” chiarisce John guardando amorevolmente i suoi papiri intrisi d’inchiostro.
“Bella materia. Il linguaggio è il primo e più importante prodotto intellettuale dell’uomo.”
“Precisamente, e io ne studio la sintassi universale. Stiamo creando un linguaggio che possa tradurre in simboli e connessioni logiche tutti i linguaggi ordinari di tutti i tempi.”
Arnaldo getta uno sguardo ai fogli sparsi sul tavolo. Sono tutti scarabocchiati con formule algebriche di varia natura. John interpreta lo sguardo perplesso di Arnaldo come un segno d’interesse, e decide di spiegargli di che cosa si tratta.
“Se vuoi ti faccio un esempio. Prova a dirmi una frase, anche se non significa nulla: io analizzo esclusivamente la struttura logica.”
“Vediamo un po’….. Appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti”.
“Non ne hai una più semplice? Una frase da primi rudimenti del linguaggio, qualcosa che tutti gli uomini di tutti i tempi avrebbero potuto dire.”
Arnaldo pensa un attimo, e poi propone: “Questa pietra è più dura della mia testa”.
“Ottimo” esulta John, e scrive le parole esatte, in lingua inglese, su un foglio di carta bianco. Contempla poi la frase scritta, inarcando le sopracciglia e ruotando leggermente la testa in senso orario e in senso antiorario, poi riprende in mano la penna e si tuffa in una catena di passaggi. Nella riga sotto, la frase è subito trasformata in una stringa di simboli in connessione reciproca. Non soddisfatto, John ritrasforma i simboli in altri simboli, e mentre scrive spiega ad Arnaldo il significato logico di ciò che sta scrivendo, ma tenendo gli occhi fissi sul foglio, come se non stesse parlando ad Arnaldo, e infatti Arnaldo comincia a non seguirlo più, mentre assiste allo sviluppo grafico di un albero che si ramifica, e ogni ramo a sua volta si moltiplica in altri alberi dove John appende altri simboli, sempre spiegando a se stesso di che cosa si tratta, e così compaiono voraci operatori “lambda”, insettiformi funzioni di massimizzazione, disgustose macchie d’inchiostro inintelligibili. Conclusa la traduzione, John ha riempito un intero foglio A4. Medita ancora qualche secondo, ruotando la testa in senso antiorario, poi in senso orario. Alza infine gli occhi dal suo prodotto e mette a fuoco il volto instupidito di Arnaldo.
“Anch’io parlo così?” gli chiede Arnaldo.
“Tutti” risponde l’inglese con un gioioso gridolino affermativo.

mercoledì 25 gennaio 2012

Autostrada



“Popolo di ignoranti caproni teste di legno sbruffoni ottusi individualisti prepotenti! Non avete il senso della cosa pubblica, non avete il senso della civiltà, non riuscite a rispettare una sola regola che sia una. Il dovere è sempre degli altri, mai vostro! Perché ciascuno di voi è l’eccezione, e si sente in diritto di violare le regole, e siccome tutti violano le regole, il sistema giocoforza funziona da schifo.”
Norberto guardava con disprezzo le macchine incolonnate nelle due corsie alla sua sinistra. Lui guidava sulla corsia dei veicoli lenti, che era vuota (“ovviamente, popolo di ottusi!”), ma andava alla stessa velocità delle macchine alla sua sinistra, che avrebbero gradito andare più veloci, ma si trovavano incolonnate in modo che ognuna rallentava l’andatura dell’altra. Avevano un bel lampeggiare, poi, i bolidi sulla corsia di sorpasso: nessuno li faceva passare. Norberto li guardava di traverso e sghignazzava.
“Lampeggiate, eh?, bastardi evasori fiscali! E dove li avete trovati i soldi per comprarvi questo vostro trabiccolo succhia petrolio? Ma lo sapete che tra poco di petrolio non ce ne sarà più? Cosa metterete dentro quella voragine? I vostri escrementi?”
E mentre se la rideva, sorpassava ad una ad una da destra le macchine della corsia congestionata al suo fianco. “E’ illegale sorpassare da destra? E vabbé!...” e superava una lunghissima BMW, “E’ altrettanto illegale occupare la corsia di mezzo se quella di destra è vuota…” argomentava con sguardo didattico al conducente di una Volvo aggressiva che non poteva sentirlo, “Per voi guidare sulla corsia dei veicoli più lenti è umiliante? E allora arrangiatevi e andate tutti come lumache!” Concludeva lasciandosi alle spalle un torello Ford.
Dalla corsia di sorpasso, un bolide di dimensioni preistoriche decise di incunearsi nella corsia di mezzo, attraverso un varco che lasciava un confortevole spazio di due centimetri  di distanza dalla macchina davanti e tre da quella dietro. Dopo svariati lampeggiamenti, si risolse per la corsia degli umili, e in una sgasata petrolifera si ritrovò a due centimetri dal cofano di Norberto.
“Ah, eccoti qui, panzone! Ti aspettavo! Che fai adesso? Mi lampeggi? E dove ti dovrei cedere la strada? Alla mia destra ci sono i campi di riso, perché non ci vai tu e mi superi, così la prostituta ingioiellata che è seduta al tuo fianco si metterà a tintinnare di eccitazione?” e mentre proferiva queste parole gli fece con la mano un segno beffardo di comprensione ma di impotenza. Ottenne in cambio un’illuminazione quasi diurna colpirgli l’iride dallo specchietto retrovisore. Il gesto di comprensione, allora, mutò in un gesto poco elegante e ben visibile grazie all’ausilio degli abbaglianti. Sentì sgasare ulteriori petroldollari e vide il bolide avvicinarsi al suo fianco sinistro, il panzone affannato in evidenti segni di inimicizia al suo indirizzo.
“Perché la prossima volta non prendi lo Yacht per tornare Milano?” gli urlò da dietro il finestrino, e mentre lo diceva non fece in tempo a vedere la targa del camion su cui si accartocciò. L’ultimo sguardo di disprezzo, prima di perdere i sensi in mezzo alle risaie del novarese, lo dedicò a tutti gli evasori fiscali che aveva appena superato e che proseguivano nel loro sereno rientro.

mercoledì 18 gennaio 2012

Quindici



Sono ormai quindici anni che, almeno due volte a settimana, vado a trovare mio fratello recluso nel suo appartamento. Se fa bel tempo passiamo qualche ora a parlare su in terrazzo, dove la vista domina l’intera città. L’unico spiraglio di aria aperta che mio fratello si concede è una boccata di polveri sottili: il resto delle ore le passa chiuso in casa. Io gli porto la spesa, gli tengo compagnia, e lui mi invita a salire in terrazzo a guardare le case lontane, a studiare come è cambiata la città negli anni. Non esce mai. Da quindici anni non ha più messo piede sulla strada. Mai una volta. Me le elenca tutte, le ragioni, compresa quella più importante, il che dimostra che psicopatico, mio fratello, non è.
Non vuole mai più incontrare la ragazza che l’ha lasciato. Questa è la vera ragione, da lui riconosciuta e analizzata in piena lucidità. Ha sempre sostenuto che sarebbe insopportabile, per lui, anche solo incrociarla per strada. Sa bene che è altamente improbabile imbattersi in lei in una città grande come la nostra, con il suo ordito di vicoli che si intrecciano fino alla riva del mare. Ma per quanto infinitesima sia questa probabilità, esiste pur sempre un esilissimo margine di rischio che mio fratello possa per caso un giorno vederla assorta davanti alla vetrina di un negozio, o peggio ancora, discutere per strada insieme all’usurpatore che gliel’ha portata via. Li ha visti una volta, quindici anni fa, i due amanti abbracciarsi all’ombra degli alberi del parco pubblico, complice una luna ormonale. Aveva urlato come una bestia straziata da un arma da fuoco, quella notte, mentre le correva incontro, dando così il tempo all’amante sconosciuto di scappare, e facendo scappare con lui anche l’amore di lei. Quella fu l’ultima notte in cui mio fratello fu visto metter piede fuori dalle mura di casa sua. Io, in questi anni, l’ho sempre aggiornato su alcuni eventi salienti della vita della sua prima e ultima donna, nel tentativo vano di convincerlo a dimenticarla.
Oggi, invece, salito in terrazzo, dopo tanti mesi di silenzio sull’argomento, gli ho riferito che la sua donna è tornata sola, senza nessuno, e mi sono permesso di alludere al fatto che lei avrebbe proprio bisogno di una nuova fiammata d’amore. L’ho invitato ad approfittarne, a riannodare i fili del passato. Quindici anni, visti dalla fine, non sono ancora un’eternità. Mio fratello però è decisamente testardo. Mi ha detto che è impossibile: lui conserva il ricordo di una donna giovane e avvenente, nel fiore degli anni; adesso lei sarà un fiore in via di appassimento, avrà perso l’incanto dei suoi occhi di un tempo, tre gravidanze avranno prosciugato quel suo corpo sodo, avrà smarrito il fascino nella lotta per la sopravvivenza. No grazie – mi ha detto – preferisco ricordarmela come l’avevo conosciuta. Alla nostra età i ricordi cominciano a pesare più delle esperienze vissute, e dopo queste parole si è rifiutato di discutere oltre.
Eccomi a casa, dunque, a dare la triste notizia a mia moglie. Niente da fare – le dico – mio fratello non vuole nemmeno prendere in considerazione l’idea di rivederti. Mentre lei si prepara ad andare a letto, la sento singhiozzare dietro la porta. Ci tocca andare avanti così, mia cara, tu a non darmi più piaceri, io a non darti dispiaceri.

mercoledì 11 gennaio 2012

Il nettare dei fiori

 
 
“Davvero?” Paolina sgranò un gran paio d’occhi color caffè. Il suo amico Alberto la guardò con sufficienza, quasi sbuffando di noia.
“L’anno prossimo vedrai, a scuola te le spiegheranno per bene, queste cose.”
“E che cosa ci fanno le api con il polline dei fiori?” insistette Paolina con ostinata curiosità.
“Non so se posso dirtelo” tagliò corto Alberto accendendosi una sigaretta, “Se i tuoi genitori sanno che te l’ho detto…..”
“Non sapranno niente” giurò Paolina. Dovette insistere un po’, ma alla fine ottenne la risposta che cercava. Appena Alberto le rivelò l’arcano, Paolina fu presa da un misto di orrore e ilarità. Non sapeva se credere ancora una volta ad Alberto, talmente assurda le pareva la sua rivelazione. I fiori, per riprodursi fra loro, hanno bisogno dell’assistenza delle api, delle farfalle, degli insetti, cui affidano il compito di trasportare il polline ad altri fiori.
“E per remunerare il servizio” sottolineò il navigato Alberto “offrono agli insetti il loro nettare profumato e irresistibile.”
“Ma allora” balbettò Paolina “nessuno mi ha mai detto la verità su come nascono i bambini.”
“Evidentemente no, ai piccolini si raccontano favole per evitare argomenti imbarazzanti.”
“Ma io…. io ho sempre creduto che mio papà avesse inseminato mia mamma introducendo il suo pene eretto nella di lei tenera vagina.”
Alberto scoppiò a ridere fragorosamente fin quasi ad ingoiare la sigaretta.
“Bella mia” sillabò tra un singhiozzo e un singulto “ne hai di strada da fare prima di crescere. Brava, brava! E tu credi ancora a queste balle? I bambini che nascono così, da una semplice trombatina?”
“Io pensavo che dopo una serie abbastanza insistente…. nei giorni giusti…”
“Povera illusa! Queste cose seguono le leggi della natura. Non dovrebbe essere imbarazzante raccontare ai bimbi, anche ai piccoli, come funzionano le cose in natura.”
“Allora la mia mamma e il mio papà si sono comportati come i fiori.” collegò Paolina  “Anche loro hanno pagato la dottoressa Shultz con un profumato nettare, tratto dal loro conto in banca, affinchè prendesse il seme dalle gonadi di mio papà e lo depositasse nell’ovulo della mamma. E’ così che sono nata io.”
“In un certo senso…” annuì Alberto aspirando una lunga boccata, lo sguardo distratto rivolto al tramonto.


mercoledì 4 gennaio 2012

Conversazioni con i pirati


Per placare la mia agitazione, mi distesi sul telo sudicio dove mi ero abituato a riposare e mi lasciai rinfrescare dalla timida brezza notturna. Rivolgevo lo sguardo verso l’uscio aperto. Era una notte placida, stellata, che nel suo silenzio risuonava di echi lontani e teneva tutto unito: passato, presente, occidente, oriente.  L’affanno dei vivi, pensavo, si acquieta di notte, diventa improvvisamente privo di significato: ogni battaglia per il pane o per un’idea si eclissa nell’ora in cui a prevalere sono l’eternità e la lontananza. Di giorno noi ci illudiamo di vedere con chiarezza, ma vediamo soltanto le cose che ci stanno vicine. Ma è di notte che, davvero, si può guardare lontano verso l’irraggiungibile, l’inconquistabile. Così avviene con i pensieri e le preoccupazioni. Quelli del giorno sono bassi, servili, contingenti, effimeri; quelli della notte, se riescono a vincere la stanchezza fisica, sono capaci di elevarsi verso l’alto a sfiorare questioni eterne, o di sprofondare nell’esplorazione interiore dell’essenziale, che poi è la stessa cosa.
Avevo smesso da tempo di provare piaceri e dispiaceri. Probabilmente non avevo mai provato vere e proprie passioni. Non so se posso dire di avere veramente amato la donna che mi aveva dato due figli. Certamente qualcosa non era funzionato nel rapporto con i miei figli, che avevano ormai raggiunto l’età adulta. Né loro, né mia moglie manifestavano più il bisogno della mia presenza nella loro vita. Visto in questa prospettiva, l’arrembaggio pirata aveva almeno un aspetto positivo: mi aveva sollevato dal dispiacere di tornare al mio posto nella capitale. 
Era vero, pensavo, che nella mia vita, fino al giorno dell’arrembaggio, avevo ubbidito a una gerarchia di leggi, idee e autorità a cui da tempo avevo smesso di credere. Ma non immaginavo quale voragine le conversazioni con i pirati avrebbero potuto aprire. Questo manipolo di fuori legge non aveva fatto altro che mettermi di fronte allo specchio, ad esaminare per la prima volta senza veli la mia stessa coscienza. Di fronte alla loro accusa di connivenza col regime, che in cambio di pane pretendeva torpore, quel giorno avevo dichiarato di essermi trascinato per tutta la vita il peso del dubbio senza mai esprimerlo. Adesso, illuminato dalla notte, capivo meglio che cosa esattamente non avevo mai saputo esprimere. Non era solo il dubbio astratto su che cosa fosse giusto o sbagliato. Si trattava, più precisamente, della sensazione di essermi perduto. Nella notte le cose lontane si vedono con chiarezza.
Tutti i veli che mi impedivano di vedere nitida l’immagine di me stesso stavano afflosciandosi uno ad uno, ma quando riuscii a lacerarli tutti, mi accorsi che non restava più alcuna immagine da vedere. Adesso che per il mondo conosciuto ero morto, non avevo più obblighi, non avevo doveri, non avevo convenzioni da rispettare, non avevo una vita da salvaguardare. Per la prima volta dall’arrembaggio, non avevo più paura di morire, non avevo più paura dei pirati. Per la prima volta nella mia vita, non avevo più paura.
Guardavo le stelle fra le foglie degli alberi, camminando senza meta, nudo, selvaggio e diseducato.